A Gerusalemme la «corte ebraica» di Venezia

13 febbraio 2017

 Presso la Sinagoga italiana di Gerusalemme, il Museo Nahon ospita per alcuni mesi una mostra dedicata all’eredità degli ebrei veneziani a cinquecento anni dalla creazione del primo ghetto.
(da terrasanta.net)

 Nell’orizzonte delle celebrazioni per i cinquecento anni del ghetto di Venezia, presso il Museo Nahon della Sinagoga italiana di Gerusalemme, la conservatrice dott.ssa Andreina Contessa ha allestito e curato una mostra dal titolo La corte ebraica di Venezia, con l’intento di mettere in luce l’eredità degli ebrei veneziani a cinquecento anni dall’insediamento del primo ghetto. Il termine deriva dal fatto che tale insediamento avvenne nella zona di antiche fonderie dismesse, denominata in dialetto veneziano come geto, e ridenominata “ghetto” dagli ebrei di origine askenazita, che per primi vennero collocati in questo luogo, e che non erano abituati a pronunciare la “g” dolce italiana.

Quello di Venezia è il primo ghetto ebraico istituito, e successivamente ratificato, dalla bolla di papa Paolo IV Carafa, Cum Nimis Absurdum, il 12 luglio del 1555 (il pontefice è tristemente famoso per le sue posizioni antigiudaiche).

Sul modello del ghetto veneziano sono sorti successivamente quartieri simili in molte città italiane: l’obiettivo era quello di creare una separazione – controllata dall’autorità sia civile che religiosa – fra ebrei e cristiani per evitare una vicinanza ritenuta «sconveniente». Le misure antiebraiche, che prevedono anche la segregazione nel ghetto, vengono così giustificate nella bolla papale: «Poiché è oltremodo assurdo e disdicevole che gli ebrei, che solo la propria colpa sottomise alla schiavitù eterna, possano, con la scusa di esser protetti dall’amore cristiano e tollerati nella loro coabitazione in mezzo ai cristiani, mostrare tale ingratitudine verso di questi, da rendere loro offesa in cambio della misericordia ricevuta, e da pretendere di dominarli invece di servirli come debbano; avendo Noi appreso che nella nostra alma Urbe e in altre città e paesi e terre sottoposte alla Sacra Romana Chiesa, l’insolenza di questi ebrei è giunta a tal punto che si arrogano non solo di vivere in mezzo ai cristiani e in prossimità delle chiese senza alcun distinzione nel vestire, ma che anzi prendono in affitto case nelle vie e piazze più nobili, acquistano e posseggono immobili, assumono balie e donne di casa e altra servitù cristiana, e commettono altri misfatti a vergogna e disprezzo del nome cristiano…».

Si tratta di una pagina sicuramente dolorosa per la storia ebraica italiana, che per circa tre secoli ha dovuto misurarsi con restrizioni e limitazioni non di poco conto, tuttavia – come ben evidenziato da questa mostra – la segregazione non ha impedito totalmente il rapporto degli ebrei con il mondo esterno creando una significativa osmosi di idee, arte e cultura della quale rimangono significative testimonianze, offerte al visitatore dal punto di vista di chi osserva il fenomeno dall’esterno e cioè dalla prospettiva della Terra di Israele.

Accompagnata dalla Curatrice, ho avuto il privilegio di visitarne il percorso illustrato direttamente da chi lo ha ideato e, con non poca sorpresa, mi sono ritrovata a percorrere a ritroso le sale del Museo Nahon che, solitamente, si visitano a partire dalla Sinagoga. Ma anche questa è una scelta voluta per condurre il visitatore dalla laguna veneziana alla Venezia cinquecentesca, alla corte del ghetto, all’interno di una casa e della vita quotidiana degli ebrei di Venezia, fino a giungere alla vita comunitaria e quindi alla Sinagoga. Un percorso quindi che progressivamente introduce alla vita del ghetto e della comunità ebraica nel contesto della storia e del tessuto sociale della Serenissima attorno alla seconda metà del Cinquecento.

All’ingresso della prima sala espositiva si può ammirare una mappa artistica della laguna veneziana del 1572, proveniente dalla Biblioteca Nazionale di Israele, che mostra la collocazione del ghetto ebraico nel sestiere di Cannaregio, all’interno di una realtà cittadina nota per i suoi commerci, la sua posizione strategica nel Mediterraneo e la sua cultura, positivamente segnata da una vivacità culturale che deve molto alle sue dinamiche cosmopolite. Proseguendo si entra nell’orizzonte di quella che è stata una delle più importanti attività veneziane rinascimentali: le sue famose stamperie dalle quali sono uscite opere fondamentali per la vita religiosa ebraica: la prima edizione della Bibbia ebraica e del Talmud da parte di editori non ebrei, il Mishneh Torah di Maimonide stampato dall’editore ebreo Meyer Parenzo, e altri famosi testi – come lo Shulchan ‘Arukh di Rabbi Yosef Caro – pubblicati dalle stamperie Bragadin, Giustiniani, Zanetti, Di Gara o Vendramin. A tale proposito vale la pena ricordare la disputa fra la stamperia Bragadin e la stamperia Giustiniani, avvenuta attorno al 1531, riguardo alla stampa del Talmud: continuò fino al 1533 coinvolgendo anche il papato, che decretò il rogo del Talmud e la sospensione delle pubblicazioni ebraiche a Venezia per dieci anni. Le stamperie veneziane rimangono comunque famose per la pubblicazione di libri di grammatica, lessici, enciclopedie, mostrando un particolare interesse per gli studi biblici e di argomento ebraico, opere che sono spesso il risultato del confronto fra intellettuali, poeti, artisti e studiosi, mostrando un clima di tolleranza e apertura – nonostante le limitazioni imposte – che riuscì ad oltrepassare le mura del ghetto.

Dalla sala dedicata alle stamperie veneziane si entra nella corte del ghetto ricostruita con alti pannelli che riproducono le “case campanile” sviluppate in altezza, ove i piani con soffitti bassi permettevano di ricavare alloggi per molte famiglie in spazi ai limiti della vivibilità. E anche qui emergono luci e ombre: se l’organizzazione dello spazio lascia percepire il disagio della segregazione, dall’altra emerge la dimensione cosmopolita e vivace degli ebrei che nel medesimo si sono ritrovati a convivere. A Venezia infatti arrivarono comunità provenienti da zone diverse dell’Europa che si aggiunsero a quelli di origine italiana, quindi appartenenti a culture e tradizioni diverse, di cui le cinque sinagoghe presenti nel ghetto danno testimonianza. Al centro della corte campeggia una Sukkah, la “capanna” nella quale gli ebrei soggiornano durante la festa che ricorda il periodo trascorso nel deserto prima dell’ingresso nella Terra promessa: deve avere delle misure particolari, deve essere ornata da rami verdi e il soffitto deve lasciar intravedere il cielo; inoltre è tradizione collocare sulle pareti della Sukkah dei quadri che ricordano i momenti principali della storia biblica, e in particolare dell’Esodo. Quella qui esposta è un dono al Museo della famiglia Levi-Sullam in memoria di Angelo Raffaele Sullam, che per la prima volta viene esposta come Sukkah ricostruita, sulle cui pareti – simulando delle finestre – campeggiano opere pittoriche che reinterpretano l’uscita dall’Egitto e il passaggio del Mar Rosso ambientandole nella laguna veneziana: uno sguardo sul passato reinterpretato alla luce del presente del ghetto, in attesa di quella che sarà la “liberazione” dell’emancipazione che dovrà aspettare il Diciannovesimo secolo.

Dalla corte si passa all’interno di una casa del ghetto ove si toccano con mano i diversi momenti della vita quotidiana: da quelli legati all’ortoprassi religiosa all’artigianato tipico degli ebrei lagunari. Si può ammirare ad esempio una Haggadah illustrata stampata a Venezia nel 1609: si tratta del formulario liturgico utilizzato ancora oggi per la Cena rituale della Pasqua, nella quale compare anche l’interno di una cucina dell’epoca con la descrizione della procedura per la preparazione del pane azzimo; così come si possono ammirare ricami e merletti eseguiti secondo una particolare tecnica che – da un unico filo – permette di creare tessuti preziosi quasi “dal nulla”, come le case costruite su palafitte nell’acqua. Tale artigianato produce oggetti di uso sia domestico che religioso, come gli scialli da preghiera che le giovani ricamavano per poi donarli al marito nel giorno delle nozze o i merletti per abbellire il manto che ricopre il rotolo della Torah custodito nell’Arca sinagogale.

Dalla sfera domestica si passa infine alla vita comunitaria, agli oggetti rituali per il culto pubblico fino ad arrivare alla Sinagoga veneziana di Conegliano Veneto, arrivata a Gerusalemme dopo la seconda guerra mondiale: fu portata assieme ai suoi arredi, tra i quali l’Arca dorata sulla quale, in un pannello scolpito nella sezione inferiore, vi è un’iscrizione dedicata al Rabbino Nathan Ottolengo che fu a capo della Scuola Talmudica di Conegliano Veneto. La ricostruzione dell’interno di questa Sinagoga avvenne a Gerusalemme nel 1952, anno in cui fu aperta al culto. Attorno ad essa si sviluppò successivamente il Museo. Ancora oggi la sinagoga è utilizzata dalla Comunità ebraica italiana che vive in questa città: una comunità ritornata nella Terra dei padri che continua a custodire e a testimoniare l’esperienza della diaspora.

La mostra rimarrà aperta al pubblico per diversi mesi, un’occasione da non perdere per chi ha in programma un viaggio o un pellegrinaggio a Gerusalemme.

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